La pandemia ha sicuramente cambiato a vita di tutti noi sotto tanti punti di vista e molte restrizioni ci sono state imposte per cercare di fronteggiare l’emergenza e limitarne il più possibile le potenziali conseguente negative.
Una categoria particolarmente colpita da queste misure, soprattutto se pensiamo al lockdown di Marzo e quello che si preannuncia durante questo inverno, è stata certamente quella delle imprese del terziario: ristoratori, commercianti, albergatori hanno, infatti, dovuto sopportare le conseguenze dovute alla pandemia in maniera più pesante rispetto ad altre categorie di lavoratori; e, pertanto, hanno dovuto ingegnarsi più di altri per riuscire a rimanere a galla durante questo periodo difficile in attesa di tempi migliori.
Ma quanta energia elettrica consuma il terziario?
Per rispondere a questa domanda, RSE, nell’ambito delle attività di Ricerca di Sistema, nel corso del secondo semestre del 2020 ha commissionato alla società GfK Italia[1], un’indagine finalizzata a conoscere le abitudini e i consumi energetici delle imprese dei principali settori del terziario.
Data la vastità del settore, il progetto è stato diviso in più fasi, affrontando progressivamente i vari comparti: il primo ad essere considerato è quello del “Commercio al dettaglio”[2] (Ateco 47); ciò permetterà ad RSE di avere una panoramica della situazione nel settore terziario in Italia.
L’indagine GfK, che ha interessato 255 aziende del commercio, delle circa 678 mila censite da ISTAT in Italia [1], è stata effettuata con metodologia telefonica (Computer Assisted Telephone Interview – C.A.T.I.) e ha interessato il titolare o la persona maggiormente coinvolta nelle scelte in ambito energetico e di dotazioni in azienda.
In fase di campionamento delle aziende da intervistare sono state assegnate quote per ciascun settore per area ISTAT e numero di addetti.
In fase di analisi dei dati è stata poi applicata la ponderazione per ciascun settore merceologico per area ISTAT e addetti al fine di riportare le interviste alla giusta proporzione dell’universo di riferimento delle unità locali in Italia come da dati ISTAT [1].
Questo “carotaggio” è finalizzato ad ottenere uno spaccato “realistico” delle varie tipologie di imprese del terziario attive sul territorio in termini di numero di addetti, dimensione, fatturato,… in modo da avere un loro quadro rappresentativo sul territorio italiano.
Fra le aziende facenti parte dell’universo GfK, si è poi selezionato un campione di imprese aventi superficie inferiore a 300 m2 in modo da focalizzare le analisi sui piccoli e medi negozi.
Quali elementi, dunque, sono emersi dall’indagine sui negozi di piccole e medie dimensioni? In generale la distribuzione delle modalità di apertura durante la settimana sembrano emergere delle indicazioni connesse al territorio ed alle sue abitudini: come si può vedere in Figura 1, nel Sud e nelle Isole quasi il 90% dei negozi tendono ad essere aperti da lunedì fino al venerdì o al sabato, mentre al Nord e al centro tale percentuale scende al 60%, mostrando una maggiore propensione ad essere aperti nei weekend e ad avere un giorno di chiusura infrasettimanale.
Per garantire i servizi, il 36% del campione ha una potenza contrattuale pari a 3 kW (tipica di una fornitura domestica), il 29% ha una potenza compresa fra 4 kW e 6 kW, mentre il 25% ha una potenza superiore a 6 kW.
Il 10% degli intervistati non sa indicare la potenza: è un dato che fa riflettere.
Per quanto riguarda i consumi di energia elettrica, più della metà del campione (56%) non sa indicarne il valore: se però se la domanda è riferita ai costi connessi ai consumi di energia elettrica, la percentuale si riduce drasticamente al 9%, indicando una scarsa consapevolezza e conoscenza dei temi connessi all’energia, fattore di maggior ostacolo alle tematiche dell’efficienza e del risparmio energetico.
Le analisi confermano la forte dipendenza dal valore della superficie del negozio e quindi dalla densità dei servizi che mediamente sono presenti all’interno degli edifici; vi è una debole dipendenza dalla tipologia di negozio, a prova che gli aspetti peculiari connessi alla tipologia del servizio fornito ed alla relativa interazione con i clienti e gli addetti non sembrano incidere significativamente.
Maggiori dettagli saranno disponibili nei prossimi mesi.
Figura 1: distribuzione in base alla zona geografica delle modalità di apertura durante la settimana delle imprese operanti nel settore del commercio oggetto dell’indagine RSE.Bibliografia
[1] La società GfK Italia (https://www.gfk.com/it) è una società che opera nel settore delle ricerche sociali e di mercato.
[2] Escluso quello di autoveicoli e di motocicli.
Al fine di valutare potenziali strategie di efficientamento energetico nel comparto dei trasporti, in particolare per le persone, RSE ha pensato di sviluppare un modello di mobilità esteso a tutto il territorio italiano.
Per studiare gli effetti di diverse policy e applicazioni infrastrutturali che soddisfino gli obiettivi di sostenibilità e decarbonizzazione a medio e lungo termine che l’Italia vuole raggiungere, è necessario innanzitutto ricostruire lo scenario base, che è costituito dal lato offerta, ovvero la rete multimodale sia pubblica che privata, e dal lato domanda, ovvero le scelte modali degli italiani.
Per quanto riguarda la ricostruzione della domanda, RSE ha studiato gli spostamenti delle persone basati sull’informazione di geolocalizzazione dei telefoni cellulari con determinate applicazioni installate.
Il dataset è stato acquistato da Next14, società specializzata nella raccolta ed analisi di dati da tecnologie digitali, e riguarda una media bimensile (ottobre e novembre 2019) per 30 tratte (andata e ritorno) scelte dal team di ricerca, con distinzione tra giorno feriale e weekend. Sono state definite 6 fasce distanza calcolate rispetto ai centroidi delle province, ovvero inferiore ai 50 km, tra 50 e 200 km, tra 200 e 400 km, tra 400 e 700 km, tra 700 e 1000 km, superiore a 1000 km, e selezionate le tratte in modo da avere una copertura omogenea sul territorio italiano, includendo le isole maggiori, come si può osservare in Figura 1.
Fig. 1 – 30 tratte per le 6 fasce di distanza, distinte dai colori, scelte come dataset per le elaborazioni di Next14.
Lo scopo dell’elaborazione è stato quello di identificare gli utenti che hanno percorso una certa tratta tra un luogo di origine e un luogo di destinazione distinguendo tra 4 modi: strada (auto, moto, bus), treno (regionale e intercity), treno ad alta velocità (TAV), o aereo. Il mezzo di trasporto è stato determinato sulla base dei luoghi visitati sfruttando il database proprietario di Next14 relativo alle infrastrutture di mezzi di trasporto (rete stradale, rete ferroviaria, stazioni, aeroporti, porti) e sulla base del tempo di viaggio.
In Fig. 2, si riporta la ripartizione percentuale di scelta modale per lo spostamento da Milano a Roma in un giorno feriale, evidenziando come il mezzo più utilizzato sia il treno specialmente ad alta velocità.
Fig. 2 – Ripartizione percentuale della scelta modale per il caso studio Milano – Roma in un giorno feriale, per auto, aereo, treno (regionale e intercity), e treno ad alta velocità.
L’idea di sviluppo è quella di realizzare un modello che calcoli la probabilità di scelta modale degli italiani per effettuare un dato spostamento.
Grazie ad esso si potrà infatti valutare come variare l’offerta di trasporto affinchè sia più sostenibile. Questo lavoro che sarà oggetto della ricerca del prossimo anno si focalizzerà su due macro-scenari: il primo tiene conto degli effetti sulla domanda di trasporto, sia economici che comportamentali, dovuti alla pandemia da COVID-19 e alle misure messe in campo per contenerla, mentre il secondo si focalizzerà, a domanda invariata, sugli effetti dell’applicazione delle linee guida europee per la decarbonizzazione del settore.
La decarbonizzazione del sistema energetico rappresenta un processo chiave per il raggiungimento dell’obiettivo finale per un futuro a “emissioni zero”.
In particolare, l’elettrificazione dei consumi finali, tra cui il settore residenziale, è di significativa importanza in questo contesto.
Quali sono i costi necessari per sostenere l’elettrificazione del settore residenziale italiano? Quali sono i risparmi in termini di energia primaria realizzabili?
Questo articolo cerca di rispondere a queste domande valutando gli aspetti energetici ed economici in uno scenario di elettrificazione del settore, sfruttando il modello bottom-up MOIRAE, precedentemente sviluppato all’interno di RSE SpA, che ricostruisce, in forma disaggregata, i consumi energetici del settore residenziale italiano.
A tal fine, il modello viene esteso nei dati di input, nella variabile temporale e nella valutazione di variabili economiche.
I dati di input vengono aggiornati aggregando i tre dataset ISTAT derivanti dalle indagini sui consumi energetici, sugli aspetti di vita quotidiana e sulle spese delle famiglie italiane, tramite un approccio statistico ad-hoc.
L’estensione della variabile temporale avviene attraverso lo sviluppo, validazione ed implementazione di un sotto-modello sociodemografico che permette la stima dei coefficienti di riporto all’universo associati alle famiglie rappresentative per anni diversi dal riferimento imposto dal dataset ISTAT.
Viene poi sviluppato un sotto-modello economico per la stima dei costi fissi e variabili sostenuti dalle famiglie italiane per la sostituzione dei sistemi energetici domestici.
Successivamente, il modello MOIRAE viene ricalibrato tramite i consuntivi regionalizzati forniti da GSE SpA.
Infine, il modello MOIRAE, implementato con i sopra-citati sotto-modelli e miglioramenti, viene applicato per la valutazione dei percorsi di elettrificazione del settore residenziale italiano con e senza vincoli economici imposti dalle famiglie italiane, con l’obiettivo di sostituzione dei consumi termici da gas naturale, gpl, gasolio e olio combustibile con consumi elettrici.
I diversi scenari studiati sono stati valutati sia dal punto di vista energetico sia economico, identificando le possibili variazioni nei consumi di energia primaria e nei costi fissi e variabili sostenuti dalle famiglie italiane.
Le sfide poste al sistema produttivo nazionale dalla necessità di una rapida decarbonizzazione, dagli obiettivi del PNIEC e le prospettive del Green Deal europeo implicano un forte cambio di paradigma tecnologico e di innovazione.
Lo spirito della transizione economica, infatti, consiste nell’accoppiare obiettivi di sostenibilità con quelli di crescita economica, fondendo due ingredienti, sino ad ora non sempre coincidenti: la riduzione dei consumi energetici e l’aumento della produzione.
In questa visione le tecnologie 4.0 danno la possibilità di creare importanti sinergie.
Di questo si è parlato il 9 dicembre durante il dibattito “Transizione 4.0 e sostenibilità ambientale nella prospettiva del green deal europeo” organizzato da i-com (istituto per la competitività) insieme ad RSE, che ha visto la partecipazione di rappresentanti istituzionali (tra cui, per il Ministero dello Sviluppo Economico, il Sottosegretario del Alessandra Todde e il Dirigente Direzione Generale per la politica industriale Marco Calabrò) e dei principali stakeholder dei settori dell’energia, del digitale e del sistema industriale italiano.
In questa occasione è stato presentato lo studio svolto da RSE, finalizzato ad indagare il ruolo del Piano Nazionale Impresa 4.0 (attuale Transizione 4.0) come misura per favorire la strade delle imprese verso la transizione e per conciliare la componente di sviluppo economico con quella dell’efficienza energetica.
E’ vero infatti che lo strumento, inizialmente Industria 4.0, sia stato sviluppato per incrementare la competitività del settore produttivo del nostro Paese, ma che tuttavia, progressivamente, abbia cercato di promuovere e orientare tale sviluppo con una maggiore sensibilità all’efficienza energetica ed alla sostenibilità, da cui la nuova dizione Piano Transizione 4.0.
Industria/Impresa 4.0 hanno di fatto promosso la diffusione nelle imprese di nuove tecnologie con avanzato contenuto di automazione e informatizzazione (IoT, strumentazioni di misura… ), determinando un progressivo efficientamento dei processi produttivi e una maggiore capacità e propensione all’acquisizione e archiviazione dei dati di processo e di consumo.
Tale situazione ha contribuito a favorire una maggiore diffusione di tecnologia e una più efficiente gestione dell’impresa.
Si sono quindi create le condizioni per un nuovo approccio al tema “efficienza”, in termini non di sola “efficienza energetica”/“risparmio energetico”, ma di “efficienza complessiva del sistema” da cui può derivare un ulteriore incremento di risparmi energetici e un’ottimizzazione di tutti gli ambiti di gestione di un’impresa (produzione, vincoli ambientali, consumo acqua, suolo, sicurezza del personale…).
Considerato quindi il forte impatto sulla realtà industriale, RSE ha deciso di svolgere uno studio di approfondimento su queste tematiche; studio che non può prescindere dal contributo derivante dall’esperienza e dai suggerimenti dei vari operatori del settore.
Per questo RSE, avvalendosi della collaborazione di enti di ricerca, ha promosso un’attività di “monitoraggio” sulle imprese che hanno “adottato” lo spirito di innovazione, e per questo si sono avvalsi degli incentivi Impresa 4.0.
In particolare, attraverso lo strumento dell’indagine, è stato chiesto di fornire informazioni e dati sull’impatto che l’adozione delle agevolazioni previste da Impresa 4.0 hanno determinato sui consumi energetici e, in generale, sull’efficienza produttiva delle imprese.
L’indagine ha visto coinvolte oltre 250 industrie rappresentative di 17 settori manifatturieri.
Le elaborazioni dei questionari hanno mostrato come gli interventi implementati in ottica Impresa 4.0 abbiano avuto, in molti casi, una ricaduta sui consumi energetici. Il 38% delle imprese intervistate, infatti, ha registrato una riduzione dei consumi termici rispetto alla situazione ante intervento; mentre questa quota sale al 52% per quanto riguarda la riduzione dei consumi elettrici.
Figura 1Figura 2
I dati analizzati hanno confermato come l’attenzione si stia progressivamente spostando dall’efficienza energetica all’”efficienza di sistema”.
Numerose infatti le imprese che, hanno segnalato una ricaduta degli interventi implementati anche in altri ambiti del “sistema industria”.
In sintesi, sono stati registrati una riduzione dei consumi di acqua (nel 13% dei casi), una minore produzione di rifiuti (nel 16% dei casi) e dei minori costi di manodopera (nel 41% dei casi).
Il 10 dicembre è stato presentato il secondo rapporto sullo stato della povertà energetica in Italia, preparato dal collettivo di ricercatori afferenti all’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica (OIPE), di cui RSE fa parte. Dopo un’apertura dei lavori da parte dei “padroni di casa” del Centro Studi Levi-Cases (Università di Padova), il rapporto è stato introdotto, presentando alcuni “highlights”, da Luciano Lavecchia, di Banca d’Italia.
A seguire, Andrea Brandolini (Banca d’Italia) ha presentato un confronto tra i dati relativi alla povertà energetica e alla povertà assoluta, Marine Cornelis (Next Energy Consumer) ha approfondito il tema delle politiche europee, in particolare del Green Deal, ed infine Roberto Malaman (ARERA) ha parlato delle misure di contrasto in Italia.Dopo un acceso dibattito, in cui si sono toccati vari punti relativi agli sviluppi futuri dello studio sulla povertà energetica, tra cui la possibilità di sfruttare le politiche sulle Comunità Energetiche per sollevare gli utenti vulnerabili dai costi dell’energia da rete e allo stesso tempo offrire loro abitazioni più efficienti, l’evento è stato concluso da Ivan Faiella (Banca d’Italia).Lo scopo del rapporto è un’analisi ad ampio spettro del fenomeno della povertà energetica. Il rapporto è diviso in due sezioni: la prima affronta il problema delle misurazioni, declinato al plurale proprio per comprendere le differenti definizioni e la molteplicità di indicatori, mentre la seconda approfondisce l’aspetto delle policy, con il supporto di esempi di progetti pilota. Nelle due parti, sono sviluppati approfondimenti su varie tematiche correlate alla povertà energetica:
Come affinare la definizione di povertà energetica e quali indicatori usare;
Come valutare la correlazione tra povertà energetica ed altri fattori quali la necessità di raffrescamento e la mobilità;
Come misurare l’incidenza del fenomeno su alcune fasce di popolazione, ad esempio gli anziani e gli immigrati;
Come approcciare il problema da un punto di vista comportamentale;
Quali possano essere le politiche più adatte per il contrasto alla povertà energetica.
Nell’ambito del rapporto, RSE si è occupata dell’approfondimento relativo a povertà energetica e raffrescamento: a causa dei cambiamenti climatici, infatti, sono previsti un aumento della temperatura media ed un incremento di eventi meteorologici estremi (ondate di caldo e di freddo), che possono avere gravi conseguenze sulla salute umana. È quindi importante che il comfort nelle abitazioni sia garantito tutto l’anno, sia con adeguati sistemi di riscaldamento che con moderni sistemi di raffrescamento.
Se, per il riscaldamento, un’importante voce di costo è rappresentata dal costo del vettore energetico (quasi sempre gas naturale), per il raffrescamento, il costo dell’energia elettrica per ottenere un minimo comfort (26°C) non è una barriera all’accesso.
I problemi, per un nucleo familiare vulnerabile, sono rappresentati principalmente dai costi di installazione e manutenzione dell’impianto, dato che un’ampia percentuale di famiglie (64%) ne è ancora sprovvista.
Diventa quindi fondamentale valutare quale sia l’impatto della necessità di climatizzazione estiva sulle spese delle famiglie e di quanto si aggravi il problema della povertà energetica considerando la necessità di tali impianti. I risultati di sintesi sono riportati nel sopra citato rapporto OIPE, quelli estesi verranno presentati nei rapporti di Ricerca di Sistema Elettrico di RSE.Il rapporto è scaricabile integralmente al link: http://oipeosservatorio.it/wp-content/uploads/2020/12/rapporto2020.pdfPer approfondimenti: povertaenergetica@rse-web.it
La povertà energetica, definita come l’incapacità di acquistare l’energia (elettrica e termica) necessaria a soddisfare un fabbisogno minimo del nucleo familiare, è un fenomeno che affligge, secondo varie stime, più del 10% delle famiglie italiane.Se già negli anni scorsi questa piaga costituiva un grosso problema sociale, con la crisi legata al COVID-19 si prevede un incremento del numero di poveri, sia in senso assoluto, sia intesi come “poveri energetici”. Per la formulazione di politiche di mitigazione (a breve termine) e contrasto (a lungo termine) diventa quindi fondamentale comprendere quali siano le cause di tale fenomeno e come vari fattori (la mobilità e la salute) possano essere ad esso correlati, nonché esaminare casi di successo di progetti pilota, su varie scale, che hanno consentito di portare un aiuto concreto ai più bisognosi.Per questo motivo, Lions Cascina Triulza, in collaborazione con RSE – Ricerca sul Sistema Energetico ha organizzato un seminario, aperto ai soci Lions e ad utenti esterni, con lo scopo di offrire una prospettiva a tutto tondo sul problema della povertà energetica, analizzando la definizione, la misurazione e le politiche attualmente vigenti in Italia.Sono stati inoltre presentati casi studio provenienti sia dalla realtà milanese e lombarda, con progetti in collaborazione con MM e Banco dell’Energia, sia dalla realtà europea, in particolare dal progetto ASSIST 2gether, di cui RSE ha coordinato le azioni pilota a livello europeo. Si sono infine illustrati alcuni approfondimenti sulla correlazione tra povertà energetica e salute e povertà energetica e mobilità sostenibile.Il seminario è svolto il 2 dicembre 2020, alle 18.30, in streaming sulla piattaforma zoom.Per rivedere la registrazione è possibile accedere tramite il link:https://us02web.zoom.us/rec/share/zglAWb_9KRG-aIkRFglWTQQ8JW2AYDgs_u3Y4wXYZR0MKQgPecoHWpDEMMWMCwQ.75fQ1yrPzunMOFn0
(Passcode: 7B$gyhk3)Le presentazioni sono scaricabili al link: http://www.rse-web.it/notizie/Povert-agrave-energetica-un-approccio-a-tutto-tondo.pagePer approfondimenti sul tema della povertà energetica potete contattare il Team povertà energetica di RSE all’indirizzo: povertaenergetica@rse-web.it
La logistica, come insieme di attività gestionali e operative riguardanti i flussi materici in entrata e uscita in un’azienda, è strettamente legata alla sostenibilità.
Infatti, gli aspetti chiave della mobilità delle merci sono: economia, delle singole aziende fino all’intero sistema Paese, società con la sicurezza degli autotrasportatori, e ambiente, dovendo necessariamente tener conto delle restrizioni su emissioni e categorie dei veicoli pesanti.
A questo si aggiungono l’importanza dell’efficienza, ad esempio nei consumi, nella gestione di magazzini e pianificazione degli spostamenti, dell’innovazione considerando carburanti alternativi e sviluppo di infrastrutture, e infine della digitalizzazione nel raccogliere una serie di informazioni come il tracciamento dei veicoli e dati relativi.
E’ chiaro quindi come la mobilità delle merci sia un tema molto vasto e complesso che riveste inoltre un ruolo importante all’interno della strategia di decarbonizzazione indicata dall’Unione Europea nel proprio piano di azione per la transizione energetica che ha come obiettivo ultimo la lotta ai cambiamenti climatici.
Per questa rilevanza multiforme, il gruppo di ricerca di efficienza energetica di RSE ha deciso di includere nei propri studi sulla mobilità sostenibile il trasporto merci, sfruttando l’accordo di collaborazione firmato a giugno 2020 tra RSE ed ALIS, ovvero l’Associazione Logistica dell’Intermodalità Sostenibile.
Questa associazione, nata nel 2016 e diretta dal presidente Guido Grimaldi, si compone di un network di oltre 1.500 imprese che operano nel settore della logistica (autotrasporto, trasporto marittimo e ferroviario) e dei servizi (spedizioni, infrastrutture, snodi logistici) con un fatturato aggregato di 23 miliardi di euro, oltre 165.000 lavoratori diretti e indiretti, un parco veicolare di 110.000 mezzi, più di 140.500 collegamenti marittimi annuali, 125 linee di autostrade del mare e cabotaggio insulare, 120 linee ferroviarie e oltre 60.000 collegamenti ferroviari annuali, 7 interporti, 36 porti.
Per raccogliere dati direttamente dalle numerose e diversificate aziende socie di ALIS, è stato predisposto un questionario chiamato “ALIS, ALogistics Informative Survey” che ha l’obiettivo di studiare i processi legati al tema del trasporto delle merci.
Le domande toccano temi come costi, composizione del parco mezzi, tipologia ed efficienza di spostamenti e carico/scarico merci, digitalizzazione dei sistemi, drivers e barriere alla transizione verso una logistica più sostenibile.
Queste informazioni sono ottenute nel completo rispetto delle normative sulla privacy e sono riferite all’anno 2019 per studiare un contesto a regime, considerando che i trasporti nell’anno 2020 sono stati fortemente segnati dalla presenza della pandemia.
I risultati del questionario arriveranno entro la fine dell’anno e saranno elaborati nel corso del prossimo per analizzare i punti chiave della logistica e della mobilità delle merci in Italia.
RSE, da sempre impegnato nello studio della domanda di energia, dedica al tema della povertà energetica un webinar ad hoc, in collaborazione con i Lions di Milano, mercoledì 2 dicembre 2020 alle 18,30.
Un’importante fascia di popolazione italiana, circa l’11% delle famiglie, è in uno stato di povertà energetica (PE), ossia ha difficoltà ad acquistare un paniere minimo di beni e servizi energetici, in quanto l’approvvigionamento implica un’eccessiva distrazione di risorse.
Inoltre, quasi la metà delle famiglie con problemi di PE, risulta povera anche in senso assoluto.
La partecipazione a progetti europei e la collaborazione con realtà milanesi come il Banco dell’Energia ci consentono di avviare con i Lions un dialogo che permetterà di valutare interventi adatti per affrontare questa emergenza.
Durante i mesi di marzo e aprile 2020 il lockdown– misura di contenimento e contrasto al virus COVID 19 – ha determinato un notevole calo degli spostamenti di persone all’interno e fuori dalle città; ciò ha indotto conseguenze sulla viabilità, sull’utilizzo dei mezzi pubblici e sulla qualità dell’aria. In particolare, tale situazione ha messo al centro dell’attenzione il tema dello “smart working”, individuato come soluzione per garantire e conciliare il proseguimento del lavoro (anche scolastico) dalla propria abitazione, in regime di chiusura delle sedi.
La dimensione dell’esperienza ed i vincoli prescrittivi imposti, hanno, di fatto, creato le condizioni per un’analisi di “stress test”, utile a valutare e misurare l’impatto “potenziale” che tale misura potrebbe determinare sulla riduzione della congestione del traffico urbano, con i correlati effetti di minor consumo di combustibili, e quindi di minor impatto ambientale.A tal proposito RSE ha promosso uno studio per analizzare, durante le varie fasi del lockdown, la differenza di domanda di mobilità rispetto alla situazione immediatamente precedente, concentrando l’attenzione sul ruolo e sull’impatto dello smart working.
Il campo di indagine è stata l’area milanese, scelta per la sua rappresentatività socio-economica e perché su tale area RSE ha acquisito esperienza, avendo già ha svolto in passato ricerche su possibili soluzioni di mobilità sostenibile urbana. La ricerca ha utilizzato dati acquisiti, con strumenti SDK – Software Development Kit – installati su un network di applicazioni con cui è possibile, previa autorizzazione, monitorare la posizione del dispositivo mobile su cui è installata una determinata applicazione.
I dati raccolti, opportunamente resi anonimi e usati solo in forma aggregata, riguardano 35.000 utenti che nei giorni feriali, vivono, lavorano o visitano stabilmente Milano. Un campione pari a circa il 3% della popolazione residente nel territorio comunale.I dati, considerati in tre macro aree, centro, prima cintura e hinterland, si riferiscono alla situazione ante Covid, al periodo 25 Febbraio – 6 Marzo (1Covid) e dal 9 al 20 Marzo (2Covid).
Tale approccio ha quindi consentito di valutare “per differenza”, gli effetti indotti dal lockdown, sia in termini di “abitudini di mobilità” (fascia oraria e percorso), sia di “tipologie” di persone che si spostano.Rispetto al periodo ante Covid, la riduzione stimata degli spostamenti è pari al 25% nel periodo 1Covid e del 55% nel periodo 2Covid; tale stima è coerente con altre valutazioni fatte dall’AMAT di Milano sul lato offerta di mobilità.Di questi, circa il 45% dei mancati spostamenti è “sistematico”, cioè riconducibile al tragitto casa/lavoro (o studio), dove è ricorrente la ripetizione del percorso.
Questi spostamenti sono assimilabili alla fascia di popolazione degli occupati, pari a circa il 70% della popolazione residente, come emerge dalla fotografia Istat su Milano.
Gli altri spostamenti, come ad esempio il recarsi al supermercato a fare la spesa, sono detti “occasionali”. Complessivamente nella fase più acuta il lockdown ha interessato più gli occupati (65%) rispetto ai non occupati (46%); il centro città ha fatto registrare i maggiori cali di spostamenti, per la chiusura di moltissimi uffici e attività commerciali.Da queste informazioni RSE ha svolto un’ulteriore analisi sul ricorso allo smart working e sul suo potenziale in termini di effetti di mobilità sull’area di Milano.Considerando il numero di addetti per settore, forniti dalla banca dati Istat (Istat, Censimento industria e servizi 2011), e la tipologia delle mansioni toccate dall’obbligo di chiusura, è stato stimato che circa il 63% dei lavoratori rimasti a casa ha potuto continuare a lavorare grazie al ricorso al lavoro da remoto.Tale dato, rapportato al calo degli spostamenti sistematici registrato nel periodo 2Covid pari al 53% della riduzione degli spostamenti complessivi, fa ritenere che il calo degli spostamenti “associabili” allo smart working abbia interessato circa il 23% dei mancati spostamenti.Contestualizzando questo dato in un’analisi sul potenziale massimo dello smart working, decurtando cioè la quota di chi è rimasto a casa senza poter lavorare, si ottiene un potenziale di riduzione degli spostamenti totali giornalieri, grazie al massivo ricorso al lavoro agile, pari al 14,5%.Un ulteriore affinamento riguarda i dati di mobilità suddivisi per fasce orarie e l’impatto su riduzione del traffico e affollamento dei mezzi pubblici nelle ore di punta.
Il lavoro da remoto permetterebbe una riduzione degli spostamenti totali fino a un massimo del 19% fra le 7 e le 8 del mattino e del 16% a fine giornata. Da una precedente ricerca svolta da RSE, insieme a Tandem, sull’area di Milano si sono utilizzati i dati che ricostruiscono le scelte modali dei cittadini – automobile, moto, bicicletta, trasporto pubblico e tragitti a piedi – in un giorno medio feriale.
Questi sono stati applicati per stimare l’impatto della riduzione degli spostamenti sistematici a seguito del ricorso allo smart working con l’intensità massima stimata durante l’ ”esperimento COVID”.
Il risultato per spostamenti evitati grazie al ricorso al lavoro agile prevede una riduzione potenziale di circa 5.800.000 vetture-km al giorno, per il solo trasporto privato in automobile, cioè circa il 60% del totale.Naturalmente i dati fin qui presentati costituiscono uno scenario di massima, in cui si fa ricorso allo smart working ovunque sia possibile e in tutti i giorni lavorativi. Al fine di definire un approccio maggiormente realistico, è stato ipotizzato che il lavoro da remoto venga applicato 2 o 3 giorni a settimana, ottenendo i risultati di risparmio nei consumi e di mancate emissioni di inquinanti riportati in Tabella.Tabella 1Confrontando questo trend ad altri interventi sulla mobilità sviluppati nell’ambito del già citato studio precedente di RSE, gli esiti sono ancora più interessanti. Nello scenario A-TRANSIT, dove si era considerato il potenziamento del trasporto pubblico locale (due nuove linee della metropolitana e incremento delle frequenze dei treni locali) l’infrastrutturazione porterebbe, in ragione di un minor ricorso agli spostamenti in auto, ad un risparmio sui consumi totali pari a circa il 7% rispetto al caso base.
Nel secondo scenario, B–ELETTRICO, che prevede una massiccia modernizzazione della modalità privata con introduzione di veicoli elettrici, il risparmio salirebbe al 25% rispetto al caso base (al netto dei consumi elettrici).Si può dunque affermare che il ricorso allo smart working, anche se applicato in forma più leggera rispetto a quanto ipotizzato in questo studio, che come già detto rappresenta una stima di “massima potenzialità”, potrebbe permettere riduzioni dei consumi e delle emissioni paragonabili a quelli di altre tipologie di interventi (potenziamento del TPL, mobilità elettrica..) e si colloca, quindi, tra le soluzioni che possono essere messe in campo per una maggiore sostenibilità della mobilità all’interno delle città.A conclusione di questa analisi emergono dunque le importanti potenzialità che tale misura potrebbe comportare alla mobilità sostenibile, anche in ragione del fatto che non richiede, da parte delle istituzioni, significativi investimenti e tempi di realizzazione lunghi. Nell’analisi, tuttavia, non si può non tener conto delle implicazioni che una diversa organizzazione del lavoro potrebbe determinare sul tessuto economico e sociale delle aree residenziali interessate dalla presenza di uffici.Nell’implementare tale misura sarà dunque necessario prevedere forme di compensazione e di riorganizzazione dei servizi associati al mondo del lavoro.
RSE ha svolto il ruolo di coordinatore delle azioni pilota del progetto, che ha coinvolto sei Paesi europei e i maggiori esperti impegnati nel contrasto alla povertà e vulnerabilità energetica.
I lavori della conferenza consentiranno di sviluppare i temi oggetto del progetto ASSIST e alimentare il dibattito di professionisti provenienti dall’ambito sociale, energetico e della pubblica amministrazione, impegnati nel contrasto alla povertà energetica sia a livello locale sia a livello europeo.
La conferenza è strutturata in 3 sezioni tematiche, una per ogni giornata, che si svolgeranno online dalle 10.30 alle 12.30, dove saranno approfonditi diversi aspetti del tema:
Martedì 9 giugno la tavola rotonda vedrà la partecipazione dei membri del Comitato Scientifico Nazionale di ognuno dei paesi partecipanti al progetto ASSIST. Saranno discusse le azioni locali e le innovazioni sociali necessarie per mettere i consumatori vulnerabili al centro delle politiche di contrasto alla povertà energetica.
Mercoledì 10 giugno Vincent Berrutto, Capo Unità, EASME – H2020 Energy Unit, presenterà la prospettiva delle iniziative promosse da alcune organizzazioni europee sulle sfide per il contrasto alla povertà energetica.
Giovedì 11 giugno saranno presentate le proposte di politiche e interventi per il contrasto alla povertà energetica, risultato dell’esperienza dei 3 anni di progetto, prodotto dai partner del progetto ASSIST.
Tutte le sessioni saranno introdotte dalla coordinatrice del progetto, Marina Varvesi (AISFOR). La conferenza inizialmente prevista a Bruxelles è stata poi organizzata online a causa dell’emergenza COVID-19.
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